La surreale arte di Fabrizio Clerici

Architetto, pittore e scenografo, Clerici ha attratto e si è circondato di grandi personalità del mondo dell’arte e della letteratura. Animato da una curiosità inesauribile, ha tradotto a teatro il suo coltissimo immaginario

Colto, raffinato, visionario. Con questi tre aggettivi si potrebbe riassumere il carattere di Fabrizio Clerici (Milano, 1913 – Roma, 1993), scenografo e pittore appartato, che ha goduto della stima di molti letterati, primo tra tutti Leonardo Sciascia, e di storici dell’arte di rango come Federico Zeri e Giuliano Briganti.

“Fabrizio del resto è così naturalmente stendhaliano, nell’animo, nel carattere, nel costume, che per una volta mi è consentito credere che la natura ha fatto le cose a dovere”: così lo descrive Savinio in Ascolto il tuo cuore città (1944). Alla fine degli Anni Trenta, Clerici è di nuovo a Milano dove lavora come architetto e illustratore: la sua prima mostra personale è datata 1943, un anno prima di tornare a Roma, dove comincia a frequentare gli artisti surrealisti Leonor Fini e Stanislao Lepri, oltre a personaggi come Alberto Moravia, Elsa Morante, Gaspero del Corso e Irene Brin – proprietari della galleria La Margherita – e l’anglista Mario Praz, il quale presenta la sua prima mostra collettiva alla Margherita nel 1945. Due anni dopo esordisce come scenografo ne La professione della signora Warren di George Bernard Shaw: comincia così una feconda attività nell’ambito del teatro, del balletto e dell’opera, proseguita l’anno seguente con le scene e i costumi per l’Orpheus di Igor Stravinskij, in scena al teatro La Fenice di Venezia, dove aveva incontrato Salvator Dalì alla Biennale nello stesso anno.









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